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Alessandro PIPERNO

La lingua francese, amore e tormento

Quando ben più di un quarto di secolo fa m’imbattei in una vecchia edizione economica Garzanti di Armance di Stendhal erano parecchie le cose che ignoravo: su di me, su quel libro e sul tacito patto che avremmo sottoscritto (io e l’inanimato parallelepipedo) per gli anni a venire. Patto cui, occorre dirlo, sarei rimasto sobriamente fedele.

Anzitutto non sapevo che il romanzo in questione (il meno stendhaliano che Stendhal avesse scritto) sarebbe stato il primo libro che avrei terminato. Un’impresa alla portata di forze adulte che, all’alba dei miei tredici anni, mi appariva del tutto straordinaria, se non altro perché fin lì non l’avevo mai realizzata.

Da un bel po’ di mesi, tale inettitudine a finire libri aveva cominciato ad allarmare i miei apprensivi genitori. In famiglia la lettura era considerata un carburante essenziale per organismi acerbi: al pari delle verdure e dell’aria buona. E sebbene ormai, dopo tanti anni, abbia fatto pace con l’idealismo culturale dei miei vecchi — fin troppo convenzionale e borghese, ammettiamolo — temo di non essermi ancora del tutto ripreso dalla frustrazione legata al sospetto di averli in qualche modo delusi. Tanto più che mio fratello maggiore non aveva incontrato gli stessi problemi di concentrazione e perseveranza. Da tempo immemorabile i suoi eclettici appetiti letterari erano degenerati in bulimia. Durante le nostri estati in montagna, lui finiva libri con la stessa voracità con cui io divoravo coni gelato. E questo per me era davvero seccante.

A ripensarci, non trovo così strano che sia stato Stendhal a spezzare l’incantesimo. E dire che il suo romanzo dedicato alla morbosa relazione romantica tra l’irresoluto Octave e l’enigmatica Armance — un legame funestato dall’impotenza erotica del protagonista maschile (mai esplicitamente denunciata) — non mi era nemmeno piaciuto così tanto. Eppure lo lessi fino all’ultima riga. Forse perché intuii (intuizione felice) che se c’era uno scrittore incapace di tirarsela, be’ quello era proprio Henri Beyle in arte Stendhal. Con lui iniziò la mia seconda vita tutt’ora in auge: quella di lettore di romanzi francesi.

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Ho detto francesi: non italiani, inglesi, tedeschi, nord-americani, sud-americani, russi o giapponesi. Perché è toccato a un francese (che peraltro avrebbe preferito essere italiano) aprirmi le porte della narrativa? Non ho risposte. Quel che so è che dopo Stendhal giunse Flaubert, e a seguire senza soluzione di continuità Maupassant, Balzac, Hugo, France, Mérimée, Diderot, Voltaire, Costant, Laclos, Chateaubriand… E questo non era che l’antipasto: ben presto sarebbe stato il turno di Céline, Camus, Simon e soprattutto dello scrittore che più di ogni altro mi avrebbe ispirato l’ideale di vita che non avrei più smesso di perseguire: Marcel Proust.

La domanda resta ancora lì sospesa, inevasa. Perché proprio la narrativa francese? Tanto più che, come la maggior parte dei ragazzi della mia generazione, e a dispetto di quella dei miei genitori, avevo ricevuto un’educazione fortemente anglofila. Non ancora decenne ero stato spedito in vacanza studio in Inghilterra e negli Stati Uniti. Il mio immaginario romantico pullulava di rockstar britanniche e divi hollywoodiani. Il solo gergo che mi emozionava era quello corrotto da espressioni anglofone. Poi c’erano gli ideali di vita, le ambizioni embrionali, i truculenti gusti culinari, il piumino e i jeans con cui uscivo di casa ogni mattina: tutto plasmato dalla trionfante American Way Of Life. Insomma, in quanto a esterofilia avevo subito un vero e proprio lavaggio del cervello che non contemplava in nessuna forma la cultura francese. Non era Parigi la città dei miei sogni, non erano in Costa Azzurra o in Bretagna le spiagge su cui avrei voluto villeggiare, non erano gli chansonnier gli idoli musicali degni d’invidia.

Eppure a fare di me un lettore ci pensarono i francesi. Come se il primato della letteratura che sin dalla fondazione delle prime Accademie aveva informato di sé questa cultura a me così estranea, alla lunga avesse trovato il modo di sedurmi. C’era senz’altro di mezzo l’ideale di vita cui ho fatto cenno — incarnato da scrittori come Montaigne, Flaubert, Mallarmé e Proust — così completamente dedito alla lettura e alla scrittura. Quell’ideale spazzare via tutto il resto. Mi entrò dentro con un tale impeto che ancora oggi, con tutto il disincanto dei miei quarantasette anni, vi sono ancora immerso fino al collo.

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Per parecchio tempo ho letto narrativa francese nelle più o meno buone traduzioni in circolazione, senza mai pormi il problema che le parole da me tanto venerate non appartenessero a Flaubert o a Proust, bensì a volenterosi e per lo più infedeli traduttori. Si trattava di un’impostura assimilabile a quella del doppiaggio: ero certo che Woody Allen avesse la voce di Oreste Lionello e Robert De Niro quella di Ferruccio Amendola.

Solo al terzo anno di università, quando capii che non avrei potuto fare a meno di laurearmi con una tesi su Proust, dovetti fare i conti con l’imbarazzante dramma di non spiccicare una parola di francese. Fu il relatore di tesi (il mio futuro Maestro) a impormi lezioni private (quattro volte a settimana) e un soggiorno parigino per rimediare a una lacuna così incolmabile. Non occorre essere un inflessibile linguista per capire che imparare una lingua da zero a vent’anni, pur con tutta la buona volontà, è un’impresa titanica. All’epoca non avevo idea che un giorno avrei iniziato una carriera accademica di francesista. Volevo solo fare lo scrittore, rendere sempre più duttile, variopinto ed espressivo il mio italiano. Leggevo il dizionario come un romanzo di avventura. Ma ecco che la lingua francese, con le regole severe, la sobria solennità, l’atavica aspirazione classicheggiante mi rivelava il suo segreto splendore. Che emozione poter leggere le esatte parole concepite da Flaubert e Proust! Finalmente capivo che niente illustrava lo stile di Flaubert meglio della sua lotta contro i pronomi relativi, gli stessi di cui Proust abusava con un’incontinenza così poco francese. D’un tratto intendevo perché certi superciliosi stilisti avessero accusato Balzac di volgarità e Stendhal di sciatteria. O perché i surrealisti ce l’avessero a morte (è proprio il caso di dirlo) con Anatole France.

Impratichirmi con il francese significò entrare in una galassia letteraria che, in traduzione, avevo solo potuto intuire.

Per spiegarmi meglio lasciate che chiami in causa la più celebre ed enigmatica scena de La Montagna Incantata di Thomas Mann, quando Hans Castorp, intrappolato in un lussuoso sanatorio a Davos, intreccia una serrata conversazione amorosa con la misteriosa affascinante signora russa Clawdia Chauchat. Hans, con il pretesto del Carnevale — festività che fin dal Medio Evo dà diritto a sfrontatezza e follia — usa uno stratagemma bizzarro: mescola al tedesco un francese forbito, ossia una lingua che sostiene di non conoscere. Cosa diavolo è successo al povero Hans? Perché affidare al francese la sua prima vera dichiarazione d’amore? E’ lui stesso a spiegarlo. Parlare in francese è come “parlare senza parlare”, quindi è come immergersi in un’estasi onirica in cui l’impossibile diventa plausibile.

Non è la sede opportuna per commentare l’espediente narrativo di Mann che, del resto, nell’ultimo secolo si è guadagnato un’infinità di interpretazioni penetranti ed erudite. Mi limito a notare come il colpo di genio consista nell’aver dato al francese ciò che è del francese: un prestigio, uno statuto linguistico talmente superiore a qualsiasi altro da apparire astratto, se non addirittura metafisico. Una lingua che non si contenta della mera referenzialità. In fin dei conti, parlare senza parlare, “come nei sogni”, è l’ambizione di ogni opera letteraria seria. Mann attribuisce al francese il primato di lingua letteraria par excellence, una lingua viva da maneggiare con la cautela di una lingua morta. E non penso mica all’artefatto birignao degli ambasciatori, al gergo sdilinquito blaterato in certe commedie sofisticate, ma a quell’idioma dall’eleganza solenne e insostenibile cui ogni scrittore francese degno di questo nome ha dato nuovo lustro. Non sorprende che sia Proust che Céline, per definire i confini delle proprie ambizioni stilistiche, ricorrano a metafore musicali. Proust chiama in causa la “chanson du style”, Céline la “petite musique”. Ancora oggi a struggermi è soprattutto la melodia del francese letterario.

Una serie di circostanze fortuite ha fatto di me un docente universitario chiamato a leggere e a commentare romanzi scritti in una lingua appresa troppo tardi. Ogni volta che mi capita di compulsarli, quei romanzi, riempiendo i margini bianchi di chiose e annotazioni, vengo colto da vertigine: una sensazione di irrealtà che mi confonde e mi terrorizza. Mi sento come l’eroe di un fantasy precipitato in un universo alternativo pieno di cose strane e di verità essenziali.

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E’ dall’autunno 2005 che seguo — a distanza di sicurezza e senza troppe ingerenze — le traduzioni francesi dei miei libri. Mi vanto di poter contare sulla fedeltà affettuosa di una traduttrice ufficiale (lo dico con tutta la modestia del caso). Sono grato a Fanchita Gonzalez Battle per l'appassionata precisione con cui si ostina ad affrontare i miei involuti testi narrativi.

Ricordo ancora la volta in cui mi inviò le prove di traduzione del mio romanzo di esordio Con le peggiori intenzioni (Avec les pires intentions). Chiedo scusa se, per illustrare il sentimento che m’invase, mi approprio delle parole di Julien Green. Sono tratte da un’intervista concessa a Gabriella Bosco parecchi anni fa. “La traduzione non esiste. Il passaggio da una lingua all’altra trasforma sempre” E ancora: “Quando leggo dei miei libri tradotti in italiano, per esempio, trovo che sono più belli, un po’ come guardo un quadro nudo e poi lo guardo con il vetro davanti: trovo che ci guadagna”.

Non so se i miei libri in francese siano migliori. Quel che so è che certe singole espressioni, tracimando da una lingua all’altra, acquistano una pregnanza e una vividezza imprevedibili.

Con le peggiori intenzioni si apre con un paragrafo intitolato Lo splendido secolo di Bepy. Allude fin troppo esplicitamente alla vita sontuosa e dissipata del protagonista — Bepy Sonnino —, e all’epoca che l’ha resa possibile: un tempo così generoso con certa borghesia ebraica miracolosamente scampata allo sterminio hitleriano. Fanchita, prendendosi qualche rischio e del tutto arbitrariamente, ha avuto la brillante idea di tradorlo Le Grand siècle de Bepy. Ogni francese istruito è in grado di riconoscere l’ironica pretenziosità di un titolo del genere. Il Grand Siècle appartiene a Luigi XIV e alla sua fantasmagorica corte, non certo a Bepy Sonnino e ai suoi disgraziati eredi. Dio sa se ho apprezzato l’audacia di Fanchita! L’idea che la traduzione delle prime cinque parole del mio romanzo chiamasse in causa il secolo che ha reso il francese la lingua letteraria per antonomasia mi ha colmato di un piacere squisito e voluttuoso, insomma del più francese dei piaceri.

Per citare questo articolo:

Alessandro PIPERNO, La lingua francese, amore e tormento, Repères DoRiF n. 20 - Modèles linguistiques et cognitifs et didactique des langues, DoRiF Università, Roma dcembre 2019, http://dorif.it/ezine/ezine_articles.php?id=458

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