Federico ALBANO LEONI, Elogio della paralinguistica, Repères DoRiF n. 15 - Au prisme de la voix. Hommage à Pierre Léon - coordonné par Enrica Galazzi et Laura Santone, DoRiF Università, Roma mars 2018, http://dorif.it/ezine/ezine_printarticle.php?id=375

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Federico ALBANO LEONI

Elogio della paralinguistica

Federico Albano Leoni
Sapienza Università di Roma
federico.albanoleoni@gmail.com

Résumé

Cet article passe brièvement en revue la genèse et les manifestations de la dichotomie linguistique/paralinguistique. Après avoir observé la façon dont les contenus de la paralinguistique ont été indûment expulsés du domaine des études de la linguistique, l’auteur observe comment l’assomption du point de vue de la signification et du sens en tant que pivot et but ultime autant des actes linguistiques des parlants que de l’analyse des linguistes impose le dépassement de cette dichotomie. Cela implique, de la part de la linguistique, la réappropriation de la complexe phénoménologie de la prosodie, de la kinésique, de la pragmatique, de la connotation et de toutes ces composantes de la signification qu’on ne peut pas reconduire à la seule dimension symbolique du langage.

Abstract

The article briefly analyses the origin and manifestations of the dichotomy between linguistic/paralinguistic. After having pointed out how the contents of paralinguistics have been wrongfully expelled from the field of linguistic research, the author explains why the adoption of the point of view of signification and sense as pivot and utmost end both of the speakers’ linguistic behaviour and of the linguists’ analysis imposes the overcoming of the dichotomy. This means linguistics should take back the various and complex phenomenology pf prosody, kinesics, pragmatics, connotation of all components of signification which cannot be ascribable to the mere symbolic dimension of the language.

Prologo*

Perché propongo un elogio della paralinguistica? Perché vorrei contribuire a riscattarla dal giudizio implicito nel suo nome che sembra indicare, anche etimologicamente, un qualche cosa che sta a fianco della linguistica, che ne sta fuori e che dunque non è propriamente linguistica. Io vorrei invece sostenere che la paralinguistica è a pieno titolo parte della linguistica.

Il termine fu coniato da TRAGER (1958), che per la verità lo usò per indicare una serie di fenomeni effettivamente marginali (aspetti della meccanica articolatoria, vocalizzazioni, sbadigli e simili). In Italia entrò nel 1970 quando Eco e Volli intitolarono Paralinguistica e cinesica la traduzione italiana di un libro (SEBEOK e altri, 1964) in cui si pubblicavano gli atti di un celebre convegno che si era tenuto nel 1962 a Bloomington (Indiana University Conference on Paralinguistics and Kinesics), decisamente pionieristico, non solo perché portava all’attenzione degli studiosi oggetti come l’interazione medico-paziente, o come la didattica delle lingue, ma anche perché in fondo era un invito ai linguisti a considerare in maniera integrata la varietà e complessità dei fattori di cui è fatta la comunicazione linguistica, in una prospettiva dunque inclusiva.

Ma, al contrario, il nome e il concetto furono presto usati, come vedremo, essenzialmente per espungere dall’orizzonte degli studi linguistici tutto ciò che secondo Martinet (infra, p. 3) non era riconducibile alla doppia articolazione1. Si veniva così a dare forma a un (pre)giudizio che era già ben presente nel senso comune di molti linguisti: e cioè che la lingua è un sistema, autonomo sia dai parlanti sia dal mondo, inteso come struttura ontologizzata e trascendentale nello strutturalismo di maniera, o come competenza innata del parlante ideale nel generativismo.

Fanno parte di questa lingua, detta langue2, o competence, diverse componenti: una struttura fonologica certa, magari binaria; una struttura morfo-sintattica, per altro mal definita negli strutturalismi; un lessico, cioè un insieme di parole ciascuna delle quali è caratterizzata da un sens propre denotativo. La funzione principale della lingua, secondo questa visione, è referenziale3. Tutto il resto (che, come sappiamo, non è poco) è esterno, extralinguistico, paralinguistico, perilinguistico.

So bene che questo schema è semplificato, non solo perché non tutti i linguisti del Novecento erano militanti strutturalisti o generativisti, ma soprattutto perché già nel secolo scorso erano nate e si erano sviluppate la sociolinguistica, la pragmalinguistica, l’analisi del discorso, c’erano stati gli studi di Firth, Bolinger, Halliday (e di altri prosodisti britannici) così attenti ai problemi del senso trasmesso, per non dire delle scienze cognitive che più di recente hanno riportato al centro dell’attenzione il soggetto parlante.

Eppure io penso che ancora qualche cosa rimane del vecchio senso comune, secondo il quale su un enunciato referenziale si sovrappone, si aggiunge qualche cosa (emozioni, stati d’animo, intenzioni ecc.) che è, appunto, paralinguistico. Perfino il nostro Pierre Léon (1993:5) scriveva : «Nous percevons mieux un éclat de colère ou de joie mais probablement sans pouvoir analyser ce qui s’est passé exactement pour transformer un message ordinaire en émission émotive».

Émission émotive significa semplicemente che il parlante si sta manifestando all’ascoltatore in quanto soggetto di atteggiamenti, emozioni, intenzioni, desideri ecc. ed è superfluo osservare che ciò avviene in ogni enunciato naturale. Molti, ma non certo Léon, pensano che la linguistica si debba occupare solo del message ordinaire e che qualcun altro si debba occupare della émission émotive. Ma certo è che nella formulazione che ho citato è implicito che prima esiste il message ordinaire, e che poi subentra qualche cosa che lo trasforma.

La dicotomia generale linguistico/paralinguistico ha un pendant perfetto nella coppia, pure dicotomica, segmentale/soprasegmentale della fonologia. Anche qui la terminologia è il riflesso della ideologia. Infatti questa seconda coppia ci dice che l’elemento primordiale sarebbe la successione lineare di elementi discreti, i segmenti, detti in genere fonemi, ciascuno con sue proprietà costanti rappresentabili in forma di matrice binaria di tratti universali. Su questa stringa si sovrapporrebbe qualche cosa dall’alto, qualche altra cosa che sta al di sopra dei segmenti, dunque fuori, che è la prosodia.

Del resto anche Fónagy (1983: 13-23 e passim), uno dei più acuti osservatori della fenomenologia della voce, ha sostenuto la tesi di una codifica del segnale attraverso due canali distinti e arriva a considerare il messaggio stilistico come parassitario e subordinato a quello linguistico, in un’ottica in cui è implicito il primato della funzione referenziale (p. 21). L’informazione segmentale sarebbe primaria (p. 14), e quella soprasegmentale secondaria; la prima genererebbe elementi discreti e il modulatore genererebbe signes entiers (p. 19 ss.). Tracce di questo punto di vista sono anche in Rossi (1999: 15), che riprende Rousselot, secondo il quale si avrebbero due linee separate, quella della sequenza segmentale (anche se vista articolata in sillabe) e quella della melodia. Anche Ladd (1996: 34) presuppone i canali paralleli e afferma che la relazione fra i tratti paralinguistici e quelli linguistici è grosso modo non problematica perché i segnali paralinguistici rappresentano un canale parallelo di informazione e per lo più non alterano o oscurano l’identità degli elementi linguistici.

Ma, a guardare bene, questa gerarchia così largamente condivisa, che mette prima il segmentale e poi il soprasegmentale, prima il linguistico e poi il paralinguistico, è innaturale e il suo fondamento non è nella psicofisica del linguaggio ma nella rappresentazione che ne viene data.

Certo, qui non posso soffermarmi nel dettaglio sugli argomenti a sostegno di questa mia osservazione, ma nessuno oggi nega che la prosodia preceda i segmenti sia dal punto di vista filogenetico (le modifiche anatomiche che hanno portato alla produzione del meccanismo laringeo, responsabile della prosodia, sono più antiche di quelle che hanno portato al costituirsi del tratto sopralaringeo, responsabile dell’articolazione), sia da quello ontogenetico (il neonato produce e percepisce prosodia prima di produrre segmenti; noi siamo in grado di produrre prosodia senza articolazione, per esempio mugolando un motivetto, ma ogni stringa di segmenti è obbligatoriamente immersa in un contorno prosodico, per quanto piatto). Insomma, volendo chiamare le cose per quello che sono, la coppia segmentale/soprasegmentale andrebbe ribaltata e chiamata prosodico/subprosodico.

Analogamente, quale che sia lo scenario che si vuole immaginare per lo sviluppo della facoltà del linguaggio, è difficile negare che la manifestazione di emozioni, sentimenti, stati d’animo, intenzioni, bisogni preceda di gran lunga la produzione di sillogismi (si licet quandoquidem iocari) o di frasi predicative fatte di SN e SV (che sono le manifestazioni ideali della lingua per i filosofi analitici e per i cultori della predicazione ortodossa, nella quale non hanno spazio le frasi nominali come «sabato trippa»), o di frasi meramente denotative: infatti la pura denotazione, come anche il sens propre, è un’invenzione dei grammatici ottenuta attraverso un processo astrattivo di natura metalinguistica: per il parlante ogni enunciato è sempre hic et nunc, intriso dunque di soggettività, di intenzionalità e di contestualità, e pertanto ogni enunciato naturale è soprattutto connotativo4.

Le ragioni di un’espulsione

Tuttavia, l’espulsione del paralinguistico ci fu e le sue ragioni superficiali furono dette chiaramente da Martinet (1962: 63): tutto ciò che non è riconducibile alla doppia articolazione è esterno alla linguistica.

Quali possono essere state le cause profonde per le quali si sono costituite queste gerarchie, è nato questo senso comune e si sono stabilite queste pratiche?

Io credo che la prima e più importante risposta sia nel fatto che nel bacino del Mediterraneo, nel corso della prima metà del I millennio a. Cr., si sia lentamente costituita e poi progressivamente diffusa una scrittura alfabetica.

Non ho lo spazio per soffermarmi su questa complessa questione e rinvio ai lavori classici di Gelb (1963), Cohen (1958), Coulmas (2003) per la storia degli aspetti propriamente grafici, e a Havelock (1963), Ong (1982), Cardona (1981), Olson e Torrance (1991) e Harris (1998) per gli effetti culturali e cognitivi. Mi limiterò dunque a una sola constatazione molto semplice e evidente: la linguistica occidentale ha studiato soprattutto ciò che veniva rappresentato nella scrittura alfabetica, cioè nella lingua rappresentata come successione lineare di elementi discreti5: e dunque moltissima fonologia, molta morfologia, un po’ meno sintassi, quest’ultima spesso incapsulata nella logica universale della predicazione, a partire dai modisti medioevali e poi nei signori di Port-Royal.

Ma purtroppo la scrittura alfabetica non rappresenta la prosodia se non in misura irrisoria tramite tre o quattro segni di interpunzione, la cui codifica peraltro è relativamente recente. E quindi l’insieme di fenomeni che noi oggi chiamiamo paralinguistici, e che sono trasmessi in gran parte dalla prosodia e dal gesto, compariva al massimo nelle parti dei trattati di oratoria dedicati all’elocutio e all’actio. In mancanza di una rappresentazione stabile, la prosodia non poteva essere oggetto di studio come fu invece per la fonetica segmentale.

Ma anche se da qualche decennio la situazione è profondamente cambiata e oggi la prosodia è studiata molto più dei segmenti, non mi sembra che questo nuovo stato di fatto abbia portato alla revoca del bando della cosiddetta paralinguistica e, che io sappia, nessuno ha detto esplicitamente che l’affermazione di Martinet che ho citato poc’anzi è poco fondata.

Una linguistica del senso

La linguistica occidentale, soprattutto a partire dal suo rilancio nell’Ottocento, ha scelto di partire dalle forme, e molto spesso lì è rimasta. Così è stato per la grande stagione indoeuropeistica (con la luminosa eccezione di Benveniste), così è stato per gli strutturalismi classici (almeno nella loro versione di maniera)6, così è stato per la grammatica generativa.

Ma in realtà si può scegliere anche un’altra strada, come in fondo suggeriva già Bréal, cioè quella di partire dai significati, o meglio dai sensi o dalle significazioni. Il fine dei parlanti infatti non è quello di produrre sequenze di fonemi o di morfemi o strutture sintattiche arborescenti, ma è quello di comunicare, comandare, pregare, persuadere, manifestare stati d’animo, emozioni, sentimenti, bisogni, desideri. Insomma il fine dei parlanti è quello di produrre, comunicare e capire sensi e le lingue ne sono lo strumento:

In primo luogo il linguaggio significa, e questa è la sua caratteristica primordiale, la sua vocazione originale la quale trascende e spiega tutte le funzioni che assicura nell’ambito umano […] per riassumerle in una parola dirò che, prima ancora di servire a comunicare, il linguaggio serve a vivere. (BENVENISTE 1985 [1967]: 247)

Ma una linguistica del senso, che non sia una mera ermeneutica soggettiva, ha bisogno di almeno tre ancoraggi: il soggetto parlante, il soggetto ascoltante e il contesto, ossia un mondo vissuto, raccontato e immaginato, condiviso da chi parla e da chi ascolta.

Questa non è una novità: ce ne sono tracce in Bréal e Saussure, più che tracce in Bally, vi alludono i concetti di ‘forma di vita’ e di ‘gioco linguistico’ di Wittgenstein, e questo punto di vista è alla base della pragmatica linguistica ed è il fondamento della recente construction grammar. Ma c’è soprattutto una linea di pensiero sistematica, che si sviluppa alla periferia del main stream della linguistica tra fine Ottocento e i primi decenni del Novecento, rappresentata da Philipp Wegener (1885), Karl Brugmann (1904), Alan H. Gardiner (1932) e fiancheggiata da Bronisław Malinowski (1923), e che trova la sua formulazione più compiuta e complessa nella Sprachtheorie di Karl Bühler (1934).

Egli sviluppa infatti un modello di segno non bifacciale, come quello saussuriano, ma in forma di triangolo i cui vertici sono, a differenza del triangolo di Ogden e Richards, il parlante, l’ascoltatore e la rappresentazione del mondo7.

Bühler introduce inoltre un altro elemento fondamentale per capire il processo di generazione e interpretazione dei sensi: l’intreccio tra campo simbolico e campo indicale, in cui egli sviluppa gli elementi portanti di quella linea iniziata da Wegener e che ho ricordato. Riporto due citazioni che mi sembrano illuminanti:

Ciò che Cassirer […] descrive come i due stadi di sviluppo del linguaggio umano, è una duplicità di momenti ineliminabilmente inerente a ogni fenomeno linguistico e che fa parte oggi come ieri del tutto linguistico. […] sosteniamo, in base alla teoria dei due campi (Zweifelderlehre), che l’indicazione visiva e la presentazione in molteplici modi rientrano precisamente nell’essenza del linguaggio naturale, a cui non sono più estranee dell’astrazione e della comprensione concettuale del mondo. (BÜHLER 1934: 45)

Manca invece ancora un modello extralinguistico perfettamente chiaro in base al quale si possa illustrare il tipo di rappresentazione ravvisabile nel linguaggio. Che un sistema simbolico come il linguaggio, il quale si è allontanato in tal misura dalla riproduzione imitativa da conservare con essa solo un rapporto indiretto, possa raggiungere prestazioni con un elevato grado di universalità, è facile da capire; ma perché inoltre la capacità di riprodurre fedelmente delle relazioni non sia a sua volta andata completamente perduta, non riesco a dedurlo – lo dico apertamente – sulla base di una adeguata teoria linguistica. Forse sopravalutiamo l’affrancamento dal campo d’indicazione, forse sottovalutiamo il fatto dell’essenziale apertura, nonché l’esigenza, da parte di ogni rappresentazione linguistica di uno stato di cose, di integrare quest’ultimo sul piano conoscitivo. O, in altre parole, esiste forse una componente integrativa di tutto il sapere costituito linguisticamente che scaturisce da una fonte che non si riversa nei canali di un sistema simbolico linguistico e tuttavia genera un vero sapere. (BÜHLER 1934: 309)

Nel momento in cui il parlante e l’ascoltatore (non ideali, ma reali e interi) entrano nel segno, cioè nel cuore del meccanismo della significazione, vengono meno i fondamenti della dicotomia linguistico/paralinguistico e di ogni ipostatizzazione della lingua. E’ questo lo sfondo teorico che consente alla linguistica di riconoscere nella cosiddetta paralinguistica una sua parte vitale e dunque propriamente linguistica.

Elogio della paralinguistica

E arrivo così all’elogio della paralinguistica. Questo elogio in realtà è già stato fatto e io qui mi muovo nella scia di studiosi (da Maurice Grammont e Charles Bally a Iván Fónagy e Pierre Léon e fino a Georges Boulakia e Enrica Galazzi, per non ricordarne che alcuni) che hanno mostrato come tutto ciò che chiamiamo paralinguistico sia un poderoso generatore di sensi e strumento della loro manifestazione e rappresentazione. Io vorrei qui sostenere queste posizioni proponendo due argomenti a favore della integrazione di linguistico e paralinguistico.

Prosodia e sensi

La linguistica riconosce alla prosodia una funzione pragmaticamente diacritica per distinguere frasi affermative e interrogative, soprattutto in lingue, come l’italiano, che non dispongono di altri mezzi morfologici. Ma questo è il massimo riconoscimento. Infatti è del tutto normale leggere affermazioni come la seguente:

Solo se si assume un punto di vista linguistico esterno, la prosodia può rivestire un ruolo cruciale, mentre la sua posizione rimane marginale in una prospettiva grammaticale, interna […]. Ci limitiamo pertanto in questa sede ad osservare che se è vero che nessun enunciato può essere realizzato senza prosodia, è altrettanto vero che la prosodia può trasmettere solo una gamma limitata di significati, molti dei quali non appartengono alla sfera linguistica in senso stretto, cioè sono extra-linguistici. (MAROTTA 2010: 288)

Qui, come ho ricordato anche prima, ricompare la distinzione tra una linguistica interna (la linguistica vera e propria) e una linguistica esterna (la paralinguistica). Ma dove passa la linea di confine tra queste due linguistiche?8 La semantica è interna o esterna? E i procedimenti metaforici, metonimici, ironici, iperbolici sono interni o esterni? O sono interne le metafore lessicalizzate (p. es. «il cane della pistola» o «freddo cane») e esterne quelle occasionali («sei una rondinella»)? È una risposta possibile, ma non applicabile ai significati prosodici.

Orbene, si prenda ora un enunciato a piacere, realizzabile con un certo numero di configurazioni prosodiche (si pensi al famoso esempio di Jakobson, 1960:187, sulle realizzazioni di questa sera; o al caso, ricordato da Galazzi 1997:158, di Balzac che in Miserie della vita coniugale aveva contato 29 modi diversi di dire amico): quali saranno i significati linguistici trasmessi dalla prosodia, e quali quelli extra-linguistici? Perché l’opposizione «vieni!/vieni?» sarebbe linguistica, mentre delle esecuzioni di «sei proprio bravo!» sarebbe linguistica quella per cui chi parla predica una proprietà positiva di chi ascolta e sarebbe extra-linguistica quella per cui chi parla afferma ironicamente che il suo interlocutore non è affatto bravo? Solo perché la prima è relativamente codificata dalla grammatica e la seconda no? Ma questa risposta non basta perché suggerisce un’altra domanda: perché la seconda non è codificata? E qui penso che la risposta sia duplice: a) perché i correlati spettroacustici dell’ironia sono più sfuggenti di quelli dell’interrogativa; b) perché la significazione ironica non è trasmessa solo dal segnale fisico.

Si entra così in una prospettiva per la quale forse le categorie usuali non sono sufficienti. E questo ci porta verso la mia ultima osservazione.

Voce e sensi

La coscienza linguistica di una comunità, osservata nei suoi usi lessicali, letterari e non, attribuisce alla voce una straordinaria potenza semiotica. Ne presenterò alcuni esempi che, in omaggio a Pierre Léon, sono francesi e che ho ricavato da uno spoglio sommario del TLFI9.

Ecco cosa può essere la voce:

voix fraîche et pénétrante, légèrement voilée, voix d'homme, chaude et grave, bien timbrée, Voix grasse, claironnante, rauque, aiguë, basse, faible, fluette, forte, grave, grêle, imperceptible, profonde, argentine, chantante, claire, flûtée, harmonieuse, mélodieuse, musicale, suave, vibrante, métallique, monotone, perçante, pointue, sèche, stridente, traînante, vulgaire, zézayante ; Voix de cristal, de source, de clairon, de fauvette, de crécelle, de polichinelle, de rogome, de rossignol, de stentor, de violoncelle, de sirène. Voix éraillée, enrhumée, enrouée, essoufflée, fatiguée ; voix avinée, pâteuse; voix qui s'altère, se brise, se casse, s'étrangle, traîne, tremble ; pauvre vieille voix brisée ; voix usée, chevrotante, caverneuse, eunuchoïde ; Voix affectueuse, aimable, amusée, attendrie, caressante, cordiale, gaie, joyeuse, rieuse, songeuse, tendre ; voix autoritaire, bourrue, courroucée, étranglée, furieuse, glapissante, gouailleuse, impérieuse, indignée, ironique, irritée, mordante, sévère, solennelle, terrible, timide, tonitruante ; voix calme, changée, déchirante, défaillante, désespérée, ferme, frémissante, inquiète, plaintive, résolue, sûre, tranquille, tremblante, déchirée, naïve, voix d'enfant malheureux.

Insomma, guardando questi usi, ai quali se ne possono aggiungere innumerevoli altri da lingue moderne e antiche10, si vede che, come ognuno di noi sa, la voce è un elemento potente di significazione e di identificazione.

Un linguista ‘interno’ potrebbe domandarsi cosa c’entri tutto questo con la linguistica. Farò rispondere John Laver, un fonetista e linguista eccezionalmente solido.

It has sometimes been maintained that the analysis of voice quality is quite external to the proper study of language (Sapir 1921:47). One might then ask, given that phonetics shares with linguistics the responsibility for describing how spoken language works, why phonetics should take any professional interest in an apparently extralinguistic area such as voice quality. One obvious justification lies in the attitude that the semiotic function of linguistic communication can be better understood when seen in a wider semiotic context. Voice quality, as a major vehicle of information about physical, psychological and social characteristics of the speaker, has a vital semiotic role to play in spoken interaction. (LAVER 1980, p. 1-2)

Torniamo quindi alle etichette che ho elencato.

Come si vede, alcune sono le classiche etichette della voce, studiate anche dai fonetisti (LAVER 1974), che indicano sue caratteristiche fisiche oggettive: rauque, aiguë, basse, faible, forte, grave, grêle, imperceptible, profonde, claire, vibrante, monotone, perçante, pointue, sèche, stridente, zézayante.  E’ ragionevole pensare che in questi casi un fonetista sia in grado di identificare i tratti acustici che hanno determinato la nostra percezione e dunque la relativa etichetta.

Ma altre fanno riferimento a caratteristiche impalpabili e sono designate per mezzo di traslati: voix d'enfant malheureux, affectueuse, aimable, amusée, attendrie, caressante, cordiale, gaie, joyeuse, rieuse, songeuse, tendre. Riuscirà un fonetista, anche molto scaltrito, a individuare con certezza biunivoca i correlati fisici di una voce aimable o caressante? E’ lecito dubitarne.

Il problema teorico è dunque che, se ci soffermiamo soprattutto sugli epiteti del secondo gruppo, osserviamo facilmente due cose contraddittorie.

La prima è che noi come parlanti/ascoltatori siamo perfettamente in grado, se non sempre certamente molto spesso, di produrre e di capire queste voci e quando, per esempio, leggiamo di una voix d'enfant malheureux o di una voix amusée non pensiamo che siano immagini strampalate e forse ce ne diamo anche una rappresentazione interiore.

La seconda è che se invece ci domandiamo come facciamo a capirle o, peggio, quali siano gli indizi fonici che ci guidano nell’interpretazione, la risposta non è semplice, e certamente non c’è un fonetista o un ingegnere della voce che siano in grado di stabilire una correlazione certa tra un dato percetto, l’etichetta della voce che gli viene assegnata e gli elementi del tracciato spettroacustico che dovrebbero caratterizzarlo.

Epilogo

Come uscire dunque da questa contraddizione? Naturalmente continuando e sviluppando la ricerca fonetica strumentale per migliorare e raffinare le nostre tecniche e le nostre conoscenze, ma non è affatto detto che la soluzione possa venire dalla sola tecnica.

E allora, estendendo a questo ambito circoscritto ciò che Bühler diceva del sapere linguistico in generale, dobbiamo forse semplicemente riconoscere che per interpretare un dato percetto fonico (e capirne le connotazioni o le intenzioni comunicative) dobbiamo ricorrere da un lato alla straordinaria capacità del nostro apparato neurosensoriale di analizzare e categorizzare sottilmente i percetti, e dall’altro alla nostra capacità di fare inferenze e ipotesi a partire dalla nostra conoscenza del mondo, delle nostre esperienze e aspettative che ci consentono, a volte, di capire un messaggio prima che venga proferito.

Insomma dobbiamo forse riconoscere che il significante nella sua materialità fonica non è l’unico veicolo della significazione e che la linguistica del senso deve elaborare proprie categorie analitiche e interpretative che tengano conto della fenomenologia della parola in tutta la sua interezza e complessità.

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*Ringrazio i due revisori anonimi per la loro lettura e per le osservazioni delle quali ho cercato di tenere il massimo conto, anche quando non le ho condivise.

1
E’ questa la prima accezione del termine paralinguistica che, per esempio, si legge in BECCARIA (1996, s.v.).

2
Sorvolo qui sulla questione se la paternità di questa visione sia da attribuire a Saussure secondo una idée reçue molto diffusa, o ai suoi esegeti superficiali, e mi limito a rinviare al commento di De Mauro a Saussure (1967 e 2005).

3
Ciò è vero in generale, malgrado l’eccezione di Bühler (1934), ripreso poi da JAKOBSON (1960), su cui v. anche infra, p. 4-5 e nota 4.

4
Del resto è questa la lezione che si ricava dalle riflessioni sulla soggettività di Bühler (1934) e di Benveniste (1985, nella sezione L’homme dans la langue. L’espunzione del soggetto parlante dagli strutturalismi europei è oggetto di un’analisi dettagliata in De Palo (2016).

5
Prescindendo qui evidentemente dal grande filone epistemologico sulla riflessione circa il ruolo della physis e della thesis nel definire i fondamenti del linguaggio.

6
Sarebbe interessante avviare una riflessione sulla distanza tra le grandi potenzialità delle Tesi del 29 e le pratiche analitiche di Trubeckoj o dello Jakobson del binarismo. Sta di fatto che a me sembra che le pratiche linguistiche reali riflettano più il pensiero rigido di Martinet che il grande respiro delle Tesi di Praga.

7
Le funzioni bühleriane di ‘espressione’ (il parlante), di ‘appello’ (l’ascoltatore) e ‘referenziale’ (il mondo), furono poi riprese da JAKOBSON (1960) che le integrò con spunti che gli venivano dalla logica (funzione metalinguistica), dall’estetica (funzione poetica) e dall’antropologia (funzione fàtica), e le inserì in uno schema che risente anche della teoria dell’informazione di Shannon.

8
La terminologia è saussuriana, ma, come ho detto prima, Saussure (1967: 31-34 e note 82-91) era ben lungi dal vedere in questa coppia concettuale un’antinomia, e, anzi, con questi due termini intendeva tutt’altra cosa.

9
Nel far questo raccolgo ora idee e suggerimenti che mi vengono da Galazzi (1997) e da Boulakia (2002) e che avevo presentato, indipendentemente da loro, in Albano Leoni (2002).

10
Esempi greci, latini e italiani sono in ALBANO LEONI (2002).

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